Maurizio BalloiPedagogista, docente e formatore

Comunità educanti tra pedagogia critica, inclusione e responsabilità condivisa

Breve riflessione teorica accompagnata da una (modesta) visione professionale.

Viviamo in un tempo storico segnato da una vasta “gamma di società”, differenziazioni educative e trasformazioni rapide che mettono in discussione i modelli didattici, di scuola e di educazione. In questo contesto, l’atto educativo non può più essere pensato come responsabilità esclusiva delle istituzioni scolastiche, né come un processo lineare e neutro. Educare oggi significa assumere uno sguardo più ampio, capace di intrecciare dimensioni pedagogiche, sociali, politiche e relazionali.

Il concetto di comunità educante si colloca proprio in questo orizzonte: una visione che affonda le sue radici nel pensiero di autori come John Dewey, Paulo Freire e Maria Montessori, e che trova sviluppi contemporanei nelle riflessioni sulla cura educativa di Ivo Lizzola e sul pensiero di Edgar Morin. In questa prospettiva, l’educazione diventa un processo condiviso, diffuso nei territori, costruito attraverso alleanze tra scuola, famiglie, Terzo Settore, istituzioni e cittadini.

Il testo che segue si muove lungo questo solco teorico, ma non si limita a una ricostruzione concettuale.

Accanto ad alcuni di questi riferimenti pedagogici e normativi, emerge anche la mia visione personale, maturata nell’esperienza di educatore e pedagogista: una visione che concepisce l’apprendimento come esperienza viva e situata, profondamente legata alle dimensioni bio-psico-sociali delle persone, e che rifiuta logiche etichettanti a favore di un’autentica inclusione.

Attraverso il dialogo tra pensiero pedagogico, pratiche educative e riflessione professionale, questo contributo intende restituire senso e profondità all’idea di comunità educante, non come slogan, ma come scelta etica e politica. Una scelta che chiama tutti — educatori, istituzioni e cittadini — a riconoscersi corresponsabili della crescita delle nuove generazioni e della qualità democratica dei nostri contesti di vita.

In una società spesso definita e riconosciuta come frammentata e in rapido cambiamento, educare non può più essere un compito solitario. Oltre il dialogo tra la scuola e le famiglie, serve una comunità che si faccia carico della crescita dei bambini, dei ragazzi e dei cittadini di domani.

Negli ultimi anni, il concetto di comunità educante è diventato centrale nel dibattito pedagogico e nelle politiche pubbliche. Non si tratta di una formula retorica, ma di una visione concreta e condivisa che riconosce l’educazione come un processo collettivo, partecipato (vediamo le normative riferite al Progetto Individuale), diffuso e profondamente umano.

John Dewey, uno dei padri della pedagogia moderna, sosteneva che “l’educazione non è preparazione alla vita, ma vita stessa”. La scuola, per Dewey, è una comunità democratica, un laboratorio sociale dove l’apprendimento nasce dall’esperienza, dal dialogo e dall’interazione quotidiana.

Da questa prospettiva prende forma l’idea contemporanea di comunità educante: una rete di corresponsabilità composta da persone, scuola, famiglia, enti locali, associazioni e cittadini.

Questa visione, dal mio punto di vista di educatore e pedagogista, è oggi più che mai necessaria. L’apprendimento non è un processo lineare né confinato nei confini formali della scuola: è un’esperienza viva, situata, intrecciata con le variabili bio-psico-sociali di ogni studente e persona. Riconoscere che ciascun individuo apprende in modo diverso, con tempi e modi unici, è fondamentale per promuovere un’educazione equa e realmente accessibile. L’approccio dell’Universal Design for Learning (UDL) ci insegna proprio questo: progettare per la diversità, non adattare dopo.

Paulo Freire, pedagogista brasiliano, ha affermato che “nessuno educa nessuno da solo: ci si educa insieme, nel mondo”. L’educazione, per Freire, è una pratica di libertà, un atto politico che rompe le disuguaglianze e restituisce dignità alle persone.

Le comunità educanti incarnano questa filosofia: educare significa creare spazi di partecipazione reale, dove l’apprendimento avviene anche e soprattutto nei quartieri, nei parchi, nelle biblioteche, nei centri sportivi e culturali.

È proprio in questi spazi che, come educatori, siamo chiamati a costruire alleanze significative: tra scuola e territorio, tra istituzioni e famiglie, tra adulti e ragazzi. La libertà educativa di cui parla Freire si traduce oggi nella possibilità concreta di apprendere ovunque e insieme, superando i confini tradizionali dell’aula.

Maria Montessori sosteneva che “l’ambiente educante” ha un ruolo cruciale nello sviluppo del bambino. Oggi quell’ambiente non si limita più alla classe: è una trama di relazioni, di luoghi e di presenze.

Il pensiero montessoriano, letto in chiave contemporanea, è richiamato nell’approccio sistemico dell’ICF, con l’idea che ogni individuo sia parte di un contesto che può facilitare o ostacolare la crescita. Gli studenti con bisogni educativi speciali (non sono a favore delle etichette, qualsiasi esse siano, ma in tal caso è necessario riferirsi a quanto e al “come” in normativa scolastica viene citato) e/o background migratorio non chiedono pietismo, ma ambienti pensati per includere — non per “accogliere a metà”.

Da pedagogista e cittadino credo che la vera inclusione sia un processo di reciprocità. Non è solo “portare dentro” chi resta fuori, ma trasformare gli spazi, i linguaggi, i tempi dell’educazione affinché tutti possano esprimersi. L’approccio bio-psico-sociale ci invita proprio a superare il concetto di “normalità” come misura e a sostituirlo con quello di diversità come risorsa.

Ivo Lizzola ha posto al centro del suo pensiero il concetto di cura educativa: educare significa prendersi cura dell’altro, riconoscere la sua presenza, accompagnarlo senza giudizio.

È un concetto che mi è particolarmente caro. L’educazione, se vissuta come cura, non è mai neutrale: è sempre un atto politico e affettivo insieme. Significa agire con attenzione, riconoscere il bisogno e la vulnerabilità, ma anche la potenzialità di ogni persona.

La comunità educante che cura è quella che non lascia indietro nessuno, anche quando nessuno guarda.

Permettetemi di affermare, con assoluta certezza, che quanto brevemente descritto e sottolineato finora, è possibile insegnarlo, impararlo e allenarlo.

Dal 2020, il Ministero dell’Istruzione ha introdotto i Patti Educativi di Comunità, veri strumenti di alleanza educativa tra scuole, enti locali, università, musei e associazioni. L’obiettivo è chiaro: contrastare la povertà educativa, promuovere l’inclusione e sostenere i territori più fragili.

Questi Patti sono la viva maturazione del pensiero di Dewey e Freire: la scuola come comunità democratica e come luogo di dialogo – pluridirezionale – con la società;

Ma al di là della cornice istituzionale, ciò che li rende efficaci è la dimensione umana. Laddove si creano relazioni autentiche tra scuola, famiglie, Terzo Settore e territori in genere, l’educazione si trasforma in un bene comune, in un atto di corresponsabilità collettiva.

Non si può parlare di comunità educante senza includere il contributo del Terzo Settore: associazioni, cooperative sociali e reti di famiglie, spesso sono protagoniste silenziose dell’inclusione. Realtà come ANFFAS e FISH non offrono solo servizi, ma esperienze di partecipazione e autodeterminazione.

La mia esperienza pedagogica e umana di partecipazione a queste preziose pratiche mi hanno convinto che è l’esperienza stessa a rendere concreta l’inclusione. Le famiglie non sono più utenti passivi ma co-educatori, custodi di saperi informali che arricchiscono la comunità. La loro voce è essenziale per costruire ambienti accessibili, sensibili e davvero educanti.

Dalla riflessione di Edgar Morin sappiamo che serve un pensiero complesso per affrontare le sfide educative contemporanee. Le comunità educanti rispondono a questa sfida intrecciando competenze diverse e mettendo in dialogo le istituzioni con la vita reale.

È qui che si gioca il futuro dell’inclusione: nella capacità di pensare l’educazione come rete di relazioni, non come sistema a compartimenti.

La costruzione di comunità educanti è un processo lungo, ma necessario. Richiede fiducia, corresponsabilità e una profonda consapevolezza emotiva.

Educare, oggi, significa riconoscere che nessuno si salva da solo e che ogni persona merita opportunità ed equità non semplici concessioni.
Un famoso proverbio africano cita: “per educare un bambino serve un intero villaggio” — e mai come oggi questo villaggio va ricostruito, con la pedagogia, la politica e il cuore.

Maurizio Balloi

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Articolo pubblicato originariamente su Substack il 10 gennaio 2026.