Maurizio BalloiPedagogista, docente e formatore

Da “inclusione” a “convivenza delle differenze”: una sfida educativa

“L’inclusione non è un concetto pacificato, né tantomeno un risultato acquisito“.

“L’inclusione non è un concetto pacificato, né tantomeno un risultato acquisito“.

Parlare di inclusione è facile. Farla davvero? Molto più difficile.

Nelle scuole e nei servizi educativi italiani, l’inclusione rischia spesso di rimanere un principio sulla carta. Spesso ci si concentra sulla singola persona (evitiamo di usare il termine “caso”), senza cambiare davvero le regole del gioco: la classe, il servizio, il territorio restano pensati per una presunta normalità.

Queste riflessioni traggono ispirazione dal pensiero di Edgar Morin (I sette saperi necessari all’educazione del futuro, 2001), da cui emergono indicazioni fondamentali per ripensare l’educazione: la realtà è molteplice, incerta e complessa.

Le differenze non sono problemi da gestire, ma risorse da valorizzare.

Dall’integrazione all’inclusione

Negli anni, le pratiche educative hanno seguito un percorso progressivo.

In una prima fase predominava il concetto di integrazione, nato per inserire persone con disabilità o bisogni educativi speciali nei contesti “ordinari”.

L’integrazione implicava però spesso un modello implicito di normalità: era la persona “diversa” a doversi adattare al sistema esistente.

Con il tempo, questo approccio ha mostrato i suoi limiti, dando spazio al paradigma dell’inclusione.

Qui non si tratta più di adattare la singola persona al contesto, ma di trasformare il contesto stesso (UDL), rimuovendo barriere fisiche, culturali e simboliche, e valorizzando la diversità come risorsa costitutiva dei sistemi educativi.

Verso la convivenza delle differenze

Negli ultimi decenni, il dibattito pedagogico ha messo in crisi l’idea tradizionale di inclusione intesa come aggiustamento del sistema.

Spesso l’inclusione rimaneva una concessione: un centro che accoglie un margine. La convivenza delle differenze, invece, rovescia questa prospettiva: la differenza non è più un’eccezione da correggere o includere, ma un elemento costitutivo del tessuto sociale.

Leggendo e riflettendo sul lavoro di Morin, appare chiaro come la convivenza delle differenze richieda la creazione di spazi condivisi, la progettazione insieme a insegnanti, famiglie e comunità, l’accoglienza di conflitti, ambiguità e contraddizioni come parte del percorso educativo.

“Riassumendo” Morin, la conoscenza e l’educazione devono superare dicotomie semplificanti come unità/diversità o normale/diverso.

La scuola e i servizi educativi diventano luoghi in cui abitare la complessità, non per omologare, ma per costruire significati condivisi.

Ricordo una riunione di équipe in un servizio educativo territoriale, in cui si discuteva della situazione di una ragazza adolescente con una storia familiare complessa.

Le difficoltà venivano lette prevalentemente in termini individuali: scarsa motivazione, comportamenti oppositivi e fragilità emotiva per citarne qualcuno.

Solo dopo un lungo confronto che ha coinvolto l’intera equipe è emerso che il servizio stesso faticava a offrire spazi di partecipazione reale ai ragazzi in generale, proponendo attività poco significative, poco negoziate e con una scarsa visione nel creare motivazione per favorire la partecipazione.

Il cambio di prospettiva – dall’“aggiustare” la ragazza al ripensare il servizio – ha rappresentato un primo passo verso un’autentica inclusione per la convivenza delle differenze.

Non posso non riferirmi all’UDL, trovando in questa situazione una concreta applicazione: progettare pensando fin dall’inizio alla pluralità, e non intervenire solo a posteriori. Questo vale non solo per la didattica, ma per l’intero assetto educativo.

Un contesto inclusivo non è quello che “aggiunge” supporti, ma quello che riduce le barriere per tutti; non quello che offre “sempre di più” ma quello che indaga sulle possibilità di partecipazione e accessibilità di quanto progetta, propone e attua, e perché no, sulle motivazioni alla partecipazione.

Oggi la corsa verso risposte semplici e soluzioni rapide sembra essere l’opportunità più grande che collega l’uomo ai saperi, ma l’educazione inclusiva è una pratica che richiede tempo, responsabilità e impegno collettivo.

Non basta “aprire la porta”: bisogna trasformare gli spazi, trasformare le relazioni e, sempre più spesso, reinterpretare le esperienze di tutti.

Il passaggio da “inclusione” a convivenza delle differenze e viceversa, rappresenta dunque un cambiamento profondo: dalla logica dell’accoglienza come concessione, alla logica della convivenza come condizione costitutiva della società.

È una sfida complessa, ma necessaria, che rende l’educazione uno spazio in cui la pluralità non solo è accettata, ma diventa il cuore stesso dell’esperienza formativa.

Bibliografia:

*Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Milano: Raffaello Cortina.

Canevaro, A. (2006). Le logiche del confine e del sentiero. Trento: Erickson.

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Articolo pubblicato originariamente su Substack il 14 febbraio 2026.