Maurizio BalloiPedagogista, docente e formatore

INCLUSIONE SOTTO PROCESSO

QUANDO L’EUROPA RICORDA ALL’ITALIA IL SENSO DELLA SUA STESSA STORIA

INCLUSIONE SOTTO PROCESSO

É di qualche giorno fa la decisione unanime del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa segna un passaggio cruciale: l’Italia, pioniera dell’inclusione scolastica partita con l’abolizione delle classi speciali negli anni Settanta e non solo, viene oggi richiamata per aver svuotato quella scelta di senso e di sostanza.

La condanna di Strasburgo non è solo un richiamo giuridico, ma uno schiaffo culturale a un Paese che aveva fatto dell’inclusione un modello internazionale.

Non è solo il diritto dei docenti di sostegno a essere violato attraverso una precarietà strutturale, ma il diritto degli alunni con disabilità a un’educazione continua, competente e dignitosa.

Chi lavora come pedagogista e docente di sostegno riconosce immediatamente il paradosso: l’Italia viene sanzionata proprio per ciò che l’aveva resa un laboratorio avanzato di civiltà educativa.

Un’inclusione numerica, non pedagogica

I numeri forniti dal Governo – l’aumento degli insegnanti di sostegno e degli alunni con disabilità – raccontano una crescita quantitativa che però non si è tradotta in qualità sistemica.

In molti Paesi europei (Spagna, Portogallo, Francia, Belgio), l’inclusione procede tra contraddizioni e permanenze segregative, ma con un elemento stabile: la figura dell’insegnante specializzato è riconosciuta come professione strutturale, non come tappabuchi annuale.

In Italia, invece, quasi un docente su due è precario, e uno su tre non è specializzato.

I dati ISTAT dicono che una quota significativa degli insegnanti di sostegno opera senza la necessaria formazione specialistica: circa il 30% viene infatti reclutato dalle graduatorie curricolari, in assenza del titolo specifico, a causa della persistente carenza di personale qualificato.

A confermare il quadro è lo stesso ISTAT, che nelle sue rilevazioni più recenti segnala come tra il 27% e il 38% dei docenti di sostegno, a seconda dei territori, sia privo della specializzazione richiesta. Dati ripresi e commentati anche da diverse testate nazionali, tra cui finanza.lastampa.it, che evidenziano forti disomogeneità regionali.

Sul fronte della stabilità lavorativa, infine, le rielaborazioni di studi e analisi sindacali basate su fonti ufficiali mostrano un ricorso strutturale ai contratti a termine: negli ultimi anni la percentuale di supplenti sul sostegno è cresciuta costantemente, arrivando in alcuni rapporti a sfiorare il 60%.

Pur in assenza di un’unica fonte che utilizzi esplicitamente l’espressione “quasi uno su due”, il dato emerge con chiarezza dalle ricostruzioni statistiche e conferma la natura sistemica della precarietà nel settore.

Questo non è un problema organizzativo: è una rottura del patto pedagogico.

Dalle classi speciali all’isolamento invisibile

Andrea Canevaro lo aveva chiarito con forza: l’inclusione non consiste nello stare nello stesso spazio, ma nel condividere un progetto di senso.

L’abolizione delle classi speciali non era solo una riforma scolastica, ma una scelta antropologica: riconoscere che la differenza non si gestisce separando, ma costruendo contesti capaci di accoglierla.

Oggi, però, la precarietà e la mancanza di formazione rischiano di produrre una nuova segregazione invisibile: l’alunno formalmente incluso, ma sostanzialmente isolato, affidato ogni anno a un adulto diverso, spesso lasciato solo e senza strumenti.

In molti contesti europei le classi speciali esistono ancora, ma sono esplicitamente riconosciute come tali.

In Italia, invece, la segregazione spesso appare più subdola: avviene dentro la classe comune, quando il sostegno diventa una funzione assistenziale e non didattica.

La precarietà come fallimento educativo

Il Comitato Europeo parla di lavoro dignitoso.

La pedagogia parla di continuità educativa.

Per Canevaro, la relazione educativa è il primo dispositivo inclusivo: senza stabilità non c’è fiducia, senza fiducia non c’è apprendimento, senza apprendimento non c’è autonomia.

Costringere un alunno con disabilità a ricominciare ogni anno significa negargli il tempo lungo dell’educazione, quello necessario per costruire competenze, identità e partecipazione sociale.

La giustificazione governativa delle “variabili imprevedibili” appare debole se confrontata con altri sistemi europei che, pur con risorse inferiori, investono in organici stabili e formazione continua.

La variabilità fa parte dell’educazione; la precarietà cronica, no.

La “speciale normalità” tradita

Dario Ianes ha più volte ribadito che l’inclusione non si gioca sullo straordinario, ma sulla qualità della didattica ordinaria.

La “speciale normalità” implica docenti competenti, capaci di leggere i bisogni educativi speciali come chiavi di accesso per migliorare l’apprendimento di tutti.

Un docente di sostegno non formato, o formato in modo frammentario, rischia di diventare una figura di delega, rafforzando l’idea che l’alunno con disabilità sia “altro” rispetto alla classe.

È qui che l’inclusione si trasforma in retorica.

Uno sguardo europeo: l’inclusione come responsabilità collettiva

L’Europa non chiede all’Italia di tornare alle classi speciali.

Chiede, piuttosto, di prendere sul serio la propria scelta storica, investendo in stabilità, formazione e corresponsabilità educativa.

Nei contesti europei più avanzati, il sostegno non è un ruolo marginale, ma una competenza diffusa: équipe stabili, supervisione pedagogica, formazione obbligatoria e riconoscimento professionale.

L’Italia, invece, continua a reggersi “sull’eroismo individuale” di migliaia di docenti precari.

La condanna di Strasburgo non è un attacco all’inclusione italiana, ma un tentativo di salvarla da sé stessa.

Se l’abolizione delle classi speciali è stata una conquista di civiltà, oggi la vera sfida è evitare che l’inclusione diventi una promessa vuota.

Come pedagogisti, docenti e cittadini europei, dobbiamo ribadire un principio semplice ma radicale:

non esiste inclusione senza competenza, né competenza senza dignità del lavoro educativo.

L’Italia ha insegnato all’Europa che un’altra scuola è possibile.

Ora l’Europa le chiede di dimostrarlo di nuovo.

Riferimenti

Rapporti ISTAT

ISTAT (2024).
L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Anno scolastico 2023/2024.
Istituto Nazionale di Statistica.

ISTAT (2023).
L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Anno scolastico 2022/2023.
Istituto Nazionale di Statistica.

ISTAT (2022).
L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Anno scolastico 2021/2022.
Istituto Nazionale di Statistica.


Rapporti e riviste specialistiche (Italia)

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – Università Cattolica del Sacro Cuore (2025).
Gli insegnanti di sostegno in Italia: numeri record e formazione insufficiente.

Centro Studi Erickson (2023).
Inclusione scolastica e qualità della formazione degli insegnanti di sostegno.
Edizioni Centro Studi Erickson.

Scuola7 – CISL Scuola (2025).
L’inclusione scolastica tra crescita quantitativa e criticità strutturali.
Numero monografico su dati ISTAT e politiche educative.

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Articolo pubblicato originariamente su Substack il 1 gennaio 2026.