«LUI NON SA CHI SIAMO NOI MA NOI SAPPIAMO CHI È LUI»
«Lui non sa chi siamo noi. Ma noi sappiamo — dobbiamo sapere — chi è lui».

Quel lui è ipotetico…
Potrebbe essere un adolescente, un ragazzo, un giovane che comunica poco o in un modo che non comprendiamo subito, potrebbe anche essere uno qualsiasi dei giovani che incontriamo.
Questa frase iniziale a cui ho dato il valore di titolo esprime una chiara provocazione, dalle sembianze volutamente efficaci e quasi rassicuranti nella loro semplicità, contiene un grande errore: non è affatto detto che «lui» non sappia chi siamo noi, forse non ce lo dice nel modo che ci aspettiamo, forse non usa parole, gesti o convenzioni sociali che sappiamo riconoscere; questo, però, non significa che non conosca-riconosca le persone, che non distingua una presenza dall’altra, che per lui un amico valga quanto uno sconosciuto.
Sarebbe un errore interpretare un modo diverso di comunicare e di creare legami come una presunta assenza di relazione.
Questa questione riguarda l’incontro con tutti i giovani!
Sappiamo che ogni persona ha un modo personale di stare al mondo, comunicare, esprimere ciò che sente e costruire legami; ognuno attraversa condizioni che cambiano nel tempo, con momenti di maggiore apertura o maggiore chiusura, di sicurezza o di incertezza, di energia o di stanchezza.
Pensiamo al momento in cui entriamo in una nuova relazione con un giovane; cambiamo continuamente il nostro modo di comunicare e spesso lo facciamo senza accorgercene, modificando parole, tempi, toni, distanze e aspettative; cerchiamo di capire quando insistere e quando fermarci, quando parlare e quando lasciare spazio, quando una battuta avvicina e quando può ferire.
Lo facciamo perché ogni persona è diversa: c’è chi ha bisogno di tempo, chi cerca il confronto, chi preferisce osservare prima di partecipare, chi comunica subito e chi parla solo quando si sente accolto; ci sono giovani espansivi e altri timidi, persone sicure e persone caute, ragazzi brillanti o più silenziosi, giovani che mostrano facilmente ciò che provano e altri che proteggono il «proprio» mondo. Ci sono fragilità che si vedono e altre che restano nascoste, ricchezze che emergono immediatamente e altre che richiedono tempo, attenzione e disponibilità per essere riconosciute; ci sono stili comunicativi diversi, talvolta nuovi, inattesi, mai incontrati prima, che non possiamo comprendere applicando soltanto ciò che noi adulti già conosciamo.
E nessuno di questi modi di essere è meno autentico!
Sono modi diversi di stare in relazione che chiedono di essere osservati senza fretta e compresi senza essere subito ricondotti a una spiegazione.
Chiedersi «come stare» nella relazione dovrebbe venire prima di ogni definizione e di ogni classificazione; è innanzitutto una questione educativa e, prima ancora, una questione umana.
Saper stare in relazione vuol dire anche capire che comunicare non è soltanto parlare, ma accettare che la reciprocità non debba essere sempre simmetrica e che, quando serve, dobbiamo cambiare il nostro modo di leggere l’altro. Questa prospettiva richiede di spostare lo sguardo dalla sola persona alla relazione con i contesti, riconoscendo come autonomia e partecipazione si costruiscano anche attraverso forme di interdipendenza (Sannipoli, 2019).
Inoltre, la possibilità di partecipare, costruire relazioni ed esprimere la propria individualità non può essere letta soltanto a partire dalle caratteristiche della persona, poiché prende forma anche nell’incontro con i contesti, con le rappresentazioni sociali e con quelle barriere che possono limitare l’autonomia, l’affettività e la partecipazione (Salis, 2019).
Nella relazione è necessario trovare insieme un modo per capirsi e non si può chiedere continuamente all’altro di farsi capire usando soltanto codici che appartengono a uno dei due. Questo vale per un adulto che incontra un adolescente, vale per un insegnante, un educatore, un genitore e vale anche per un gruppo di amici.
In un gruppo le relazioni sono una questione sociale: un gruppo non è soltanto un insieme di persone nello stesso luogo, è qualcosa che si costruisce con inviti, abitudini, attese, assenze notate, piccoli cambiamenti, conflitti e mediazioni.
Tra adolescenti e giovani esiste una responsabilità verso gli altri, una responsabilità che non deve diventare un obbligo né un incarico improprio. Un amico non è un educatore e un coetaneo non deve sostituire gli adulti nella cura dell’altro, ma deve poter restare un amico, un compagno, un coetaneo.
Ed è proprio questo che rende il suo ruolo insostituibile!
In un gruppo, accorgersi che qualcuno manca, aspettarlo, coinvolgerlo, trovare un modo perché partecipi e cambiare qualche abitudine non significa farsi carico della sua vita; significa capire che appartenere a un gruppo comporta una responsabilità reciproca, non uguale per tutti, non imposta e non misurabile attraverso un elenco di compiti, perché nasce dal fatto stesso di stare insieme.
Per questo, quando parliamo di adolescenti, dobbiamo ricordare anzitutto che sono giovani che crescono insieme ad altri giovani e, prima di ogni definizione, ci sono persone che attraversano una fase della vita in cui i rapporti con i coetanei contribuiscono a costruire la propria identità: amicizie, appartenenze, esclusioni, esperienze condivise, prime autonomie, conflitti, desideri e scelte entrano nella storia di ciascuno.
Ogni persona — in questo spaccato parliamo soprattutto di giovani e adolescenti — ha un modo unico di essere: alcuni hanno bisogno di sostegni intensi, altri di incoraggiamenti discreti, alcuni comunicano con facilità, altri usano modalità che dobbiamo, per così dire, imparare a comprendere; alcuni sembrano fragili, altri fortissimi e, come accade a tutti, possono essere fragili o forti in momenti diversi e dentro relazioni diverse.
Le condizioni cambiano, cambiano i desideri, le paure, le energie, le possibilità di partecipare e il modo di stare accanto agli altri. Una persona può apparire sicura in un contesto e timida in un altro, brillante in una situazione e incerta in quella successiva e non c’è contraddizione: c’è la complessità di una persona che cresce. Non esiste un solo modo corretto di partecipare, esprimersi, mostrare interesse o costruire un legame, ma esistono persone con tempi, sensibilità, desideri e linguaggi differenti; riconoscere questa varietà non indebolisce la relazione, la rende più vera.
E qui il discorso sui diritti, pur necessario, non basta!
Se ci concentriamo sui giovani, ognuno di loro ha diritto a condizioni che rendano effettive la partecipazione, l’autodeterminazione e la costruzione del proprio Progetto di Vita, senza discriminazioni che ostacolino le possibilità di incontro e di relazione; sono condizioni che le istituzioni devono tutelare, ma una relazione non può nascere perché una norma la impone. Il diritto può tutelare le condizioni della partecipazione, contrastare discriminazioni e rimuovere ostacoli, ma non può produrre per decreto un legame umano.
La relazione, in questo senso, viene prima: gli esseri umani cercano gli altri, costruiscono legami e li cambiano nel tempo, desiderano appartenere, essere riconosciuti, condividere esperienze. Il diritto può intervenire anche perché una differenza personale o sociale non sottragga a qualcuno possibilità che agli altri vengono riconosciute; per questo, creare occasioni di incontro tra giovani diversi non significa semplicemente «fare qualcosa per qualcuno».
Organizzare una giornata insieme, un pranzo, un’uscita, una partita o una festa, chiedersi chi manca, invitare chi rischia di restare ai margini, cambiare qualcosa perché tutti possano esserci sembrano gesti ordinari e proprio per questo contano. È responsabilità sociale, c’è empatia, può esserci affetto e, soprattutto, c’è la scelta di riconoscere che la presenza dell’altro ci riguarda.
Il Progetto di Vita rischia di diventare un’espressione burocratica se lo immaginiamo soltanto come qualcosa che professionisti, servizi e istituzioni costruiscono intorno a una persona. Una vita non è fatta solo di obiettivi, interventi, prestazioni, valutazioni e documenti; è fatta di telefonate, messaggi, inviti, luoghi frequentati, amici che arrivano, attese ed esperienze condivise, è fatta di partecipazione e anche di qualcuno che si accorge quando non ci siamo (Sannipoli, 2019). Questo riguarda tutti!
Non dobbiamo affidare a giovani coetanei la missione di includere qualcuno, perché potrebbe apparire come un paradosso: finiremo per sottolineare proprio la separazione che vogliamo superare. Dobbiamo creare occasioni perché possano conoscersi e frequentarsi e, solo dopo, lasciare loro lo spazio per trovare il proprio modo di stare insieme.
Sappiamo che le relazioni richiedono adattamenti da parte di tutti e alcune nasceranno, altre no, alcune saranno intense, altre occasionali; qualcuno parteciperà più di altri — anche questo fa parte della vita sociale — e non possiamo imporre amicizie o fabbricare legami, però possiamo evitare che le condizioni di partenza siano già diseguali.
Gli adulti, per primi, devono smettere di dire e soprattutto di pensare «tanto non capirebbe», «tanto non gli interessa», «tanto per lui è lo stesso». Tale supposizione, perché di questo si tratta, può diventare una barriera prima ancora che le persone abbiano avuto la possibilità di incontrarsi; e i giovani potrebbero ereditare questo stesso sguardo, imparando dagli adulti, prima ancora dell’incontro, che cosa aspettarsi dall’altro e perfino se valga la pena cercare una relazione.
Ecco cosa possiamo fare: osservare con maggiore attenzione, accorgerci dei segnali che non avevamo ancora imparato a leggere, delle forme discrete di partecipazione, degli interessi espressi in modi inattesi, delle ricchezze che non si mostrano immediatamente… possiamo lasciare che ogni giovane ci sorprenda, soprattutto senza pretendere di sapere in anticipo chi sia. Possiamo provare a creare occasioni per poi lasciare alle persone lo spazio per viverle a modo loro.
Ma torniamo alla frase iniziale: «Lui non sa chi siamo noi», ne siamo davvero sicuri?
A volte siamo noi a non sapere come l’altro ci riconosca, quale significato dia alla nostra presenza, che cosa ricordi degli incontri e delle esperienze vissute insieme, e ciò è molto diverso dal dire che non sappia chi siamo.
Ma ammettiamo, per un momento, l’ipotesi più radicale, ammettiamo che qualcuno continui a pensare: «Tanto lui non sa chi siamo»… cambierebbe qualcosa?
No, perché noi sappiamo chi è lui, chi sono loro…
Sono adolescenti e giovani che stanno crescendo, ciascuno con il proprio modo di sentire, comunicare, partecipare e stare accanto agli altri, con qualità, desideri, paure, risorse e tempi personali; ciascuno può attraversare condizioni diverse, mostrare fragilità inattese o rivelare ricchezze che non avevamo saputo vedere. C’è una transitorietà che dobbiamo saper riconoscere: non della persona e neppure, necessariamente, della sua condizione, ma dei momenti, delle possibilità di partecipazione, dei bisogni di sostegno, delle fragilità e delle risorse che possono manifestarsi diversamente nel tempo e nei diversi contesti.
Nessuno può essere ridotto a una sola caratteristica, a una difficoltà o a un modo di mostrarsi. Sapere chi sono significa assumersi una responsabilità: non decidere quale debba essere la loro vita, evitare di restringere in anticipo le possibilità e restare disponibili a conoscerli, anche quando il loro modo di comunicare, partecipare o stare in relazione non ci è familiare.
Forse questo è il punto più difficile del saper stare nelle relazioni: tenere sempre a mente che non siamo mai spettatori neutrali; con la nostra presenza, con le parole che scegliamo, con gli inviti che facciamo e quelli che dimentichiamo, con il tempo che dedichiamo, allarghiamo, restringiamo o talvolta cristallizziamo lo spazio sociale nel quale gli altri possono esprimersi, partecipare e cambiare.
Vale per gli adulti, vale per i nostri giovani e vale per ciascuno di noi.
La domanda finale, allora, non riguarda più soltanto quel «lui» ipotetico, ma riguarda noi.
Quando incontriamo un giovane, sappiamo conoscerlo senza ridurlo a ciò che già pensiamo di lui? Sappiamo osservare i suoi modi di comunicare, anche quando sono nuovi o diversi da quelli che conosciamo? Sappiamo riconoscere insieme le sue fragilità, le sue ricchezze e le sue brillantezze, senza trasformarle in definizioni ed etichette? Sappiamo cambiare il nostro modo di comunicare, aspettare, ascoltare e coinvolgere? Sappiamo costruire relazioni in cui ciascuno possa essere se stesso, senza cancellare il proprio modo di stare al mondo per rendere possibile quell’essenziale bisogno di sentirsi parte di qualcosa?
Possiamo discutere a lungo su quanto l’altro sappia di noi ma, dal momento in cui entriamo nella sua vita, la domanda diventa inevitabile:
noi, sapendo chi sono loro, sappiamo davvero esserci?